Lettere ad Ali di Carta dietro al monitor.

scritto da John Weldon
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Autore del testo John Weldon
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Lei oggi era vestita di verde Verdi i suoi occhi E ha un sorriso per me. (da "Verde" di Federico Fiumani).
- Nota dell'autore John Weldon

Testo: Lettere ad Ali di Carta dietro al monitor.
di John Weldon

Lettere ad Ali di Carta dietro il monitor. 

Incipit. 

La tastiera è un lettino da analista che non emette parcelle. Ha solo lo svantaggio, o il lusso, di non rispondere. Ci si siede davanti, ci si spoglia dietro lo pseudonimo di John Weldon e si lasciano cadere i pezzi, con la flemma di chi non ha più fretta di farsi perdonare nulla. Lo strizzacervelli avrebbe voluto metterti sul divano per scovare e spiegarti quelle nevrosi che tu, in realtà, conosci da sempre. Ma Alberto sa che John non è un alter ego da romanzo d'appendice; è semplicemente la parte di sé che non deve mantenere una facciata, non deve vergognarsi.

Il gioco non è spettacolare. È un'indagine silenziosa. Alberto semina indizi sulla pagina web come un assassino stanco che lascia la porta
socchiusa, sperando che qualcuno prima o poi entri a dare un'occhiata.

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * 

Scrivere su questa piattaforma costa meno di una seduta di psicoterapia e offre lo stesso grado di solitudine, ma con una platea di sconosciuti che, un post alla volta, finiscono per diventare amici. Eppure resta il dubbio: esisteranno davvero dall'altra parte dello schermo, con i loro corpi, le loro vite reali, o si riducono ad una sequenza di pixel colorati che svanisce appena si spegne il monitor? E viceversa, Alberto esiste per loro? Chi è lui nella loro mente? Un fantasma letterario, un riflesso passeggero della rete, o una presenza reale capace di toccarli attraverso un velo di carta virtuale? In questo spazio l'esistenza è una questione di fede, un legame sospeso tra il silenzio e la parola.

Alberto digita il nome di John Weldon nel campo del login di Ali di Carta. È il suo travestimento più onesto. Una volta dentro, lo schermo del portale si trasforma in uno specchio ambivalente. Da un lato c'è Alberto, l'uomo che per l'intera esistenza ha protetto il proprio pudore; dall'altro c'è John, la sua proiezione silenziosa e priva di filtri.

La stanza virtuale diventa lo studio medico. Lo strizzacervelli vero lo aveva messo sul serio  su un divano di pelle, nel tentativo di vivisezionare le sue nevrosi e dare un nome clinico a quelle inquietudini che Alberto, in realtà, si portava dentro da sempre e conosceva già a memoria. Ma Alberto da quel divano c'era scappato atterrito e sgomento. E meno male. Ricordava ancora la fuga attraverso la porta d'ingresso dello studio, ed il sollievo assoluto nel ritrovare fuori Alessandra,  venuta lì a salvarlo. Lei era vestita di verde, verdi i suoi occhi ed aveva un sorriso per me.

Ma qui su Ali di Carta, invece, non serve scappare. Nessuno prende appunti, nessuno ti dice che il tempo è scaduto.

Il pensiero stasera torna a quel libercolo di poesie. Tre milioni di lire per farlo stampare, è trascorso un tempo incommensurabile. Ne ritirò solo una parte dall' editrice; le altre rimasero lì, mai reclamate. Duecento copie finirono stipate dentro un borsone di tela in cantina, spostate di trasloco in trasloco come un reato prescritto ma mai del tutto dimenticato. Persino quando i ladri lo aprirono quel borsone consunto, pensando di trovarvi chissà cosa e ne  sparsero i volumi sul cemento umido di quel seminterrato, l’unico pensiero fu di raccoglierli prima che i vicini potessero leggere. Non importava la serratura rotta, i danni, le altre cose rubate. Importava il pudore, importava che nessuno  lo sapesse.

Solo due copie si salvarono da quel silenzio.

La seconda andò a Renato. Era l'unico uomo che Alberto avesse mai stimato davvero negli anni della politica. All'epoca Alberto era solo uno studentello e Renato faceva il presidente del consiglio di circoscrizione, e aveva solo pochi anni di più. Era un architetto visionario, una mente troppo libera per i recinti stretti dei partiti. Lui che era destinato per le sue capacità al  Parlamento di Roma, finì invece triturato dal conformismo spietato della parrocchietta rossa, dai giochi di potere dei gesuiti della sezione, incapaci di perdonargli la sua indipendenza. Renato non si piegò: lasciò le poltrone e tutto il resto, si trasferì in provincia e  se ne tornò a fare il militante ecologista, uno di quelli che andavano in giro a pulire il mondo, con la dignità intatta di chi preferisce la terra sulle mani al fango sulla coscienza. A lui Alberto consegnò la sua poesia, perché Renato sapeva cosa significasse sfidare il coro.

La prima copia, invece, fu per Federico, un altro  che il coraggio lo aveva dimostrato al pari. Suo padre lo voleva commercialista, incanalato in una vita di numeri, scadenze e uffici grigi. Lui  si rifiutò. Sfidò la famiglia, scelse la fame di chi vuole solo scrivere e alla fine divenne un autore vero, di quelli che firmano i libri con il proprio nome di battesimo. Alberto e Federico avevano scoperto di avere la stessa identica ossessione, una passione folle per la poesia rock, livida e spigolosa di un altro Federico,  Fiumani.

E infatti Alberto ricordava indelebile  una serata d’estate  a Covent Garden, l'aria calda di Londra che si era trasformata all'improvviso in uno psicodramma in tempo reale. Federico avvinghiato a un telefono pubblico mentre si lasciava con la sua fidanzata di una vita. Da quel dolore erano nate nei giorni seguenti  due canzoni vissute al contrario, due versioni struggenti e alternative di Diamante Grezzo e di Verde. Fu solo più tardi, una volta tornati in Italia, che Alberto trovò la forza di spedirgli quel volumetto per posta. Glielo mandò quasi per poggiarlo accanto alle macerie di quella notte londinese, consegnando il proprio segreto a chi aveva dimostrato di saper sanguinare sulla pagina senza vergognarsi, proprio come faceva Fiumani con i suoi accordi taglienti e le sue confessioni nude.

Ora, a sessant'anni, Alberto usa la tastiera per rimettere insieme quei frammenti. Scrive dettagli minimi di quelle vecchie poesie, per la verità preferisce alle rime dei brevi racconti che gli paiono tuttavia sconclusionati ed alquanto ripetitivi, cita il caldo esausto  di Covent Garden, le rasoiate implacabili dei Diaframma, i sogni urbanistici di un architetto deluso ma non vinto, i vecchi rancori di una circoscrizione di periferia o lo sguardo protettivo, che si erge sul resto,  di Alessandra che lo aspetta fuori da una porta, camuffando i frammenti tra le righe dei post firmati John Weldon.

In fondo, Alberto sta  replicando il  gioco più pericoloso sotto lo schermo delle Ali di Carta. Si muove sulla pagina come un assassino che commette il delitto perfetto — l'omicidio silenzioso di se stesso — ma che non resiste alla tentazione di disseminare indizi lungo la strada. Scrive per farsi prendere. Costruisce una pista di parole sperando che qualcuno, prima o poi, colleghi i punti, superi l'ambivalenza dello pseudonimo e lo scopra.

Un’ultima notazione, appare importante.  C'è un preciso motivo se Alberto ha scelto proprio John Weldon come suo pseudonimo. John Weldon è il vero nome di JJ Cale. JJ è stato un musicista  sconosciuto al grande pubblico, morto a 74 anni nel 2013, ed io avrò quell'età nel 2038.
E'  stato un uomo che ha fatto dell'understatement, della modestia e della riservatezza più assoluta la sua immensa grandezza di musicista,  uno che preferiva stare nell'ombra mentre gli altri portavano al successo i suoi brani. Oggi sono pochi  quelli che lo conoscono davvero, ma  coloro che lo scoprono, lo adorano, come un autore di culto che proteggono e custodiscono gelosamente. Ed è esattamente lì che Alberto si nasconde: nel sussurro di una musica, di una parola, che non ha bisogno di urlare per farsi sentire, aspettando che il giusto investigatore privato riconosca il suo passo felpato nel buio della rete.

E se anche così non fosse, possiamo dire che almeno Alberto ha risparmiato la parcella dello psicanalista,  pagata in anticipo, in contanti, e rigorosamente senza fattura.  

Lettere ad Ali di Carta dietro al monitor. testo di John Weldon
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